Seduto al buio, col peso nel petto, contemplo il passato, rimugino in eterno. Tossisco e grugnisco, mi dibatto e dispero ma di questa mancanza, in eterno mi dispero.
Emergi dalla tenebra dei pensieri, prendi forma, mi osservi. In silenzio ti aggiri negli angoli della memoria, appari e scompari ma in eterno esisti.
Tu, Abisso dell'Ego, altra faccia di una medaglia arrugginita ed ammaccata, appari seduto, di fronte a me. Mio riflesso.
«Perché siamo qui? A che pensi ora?»
Mi interroghi, senza cinismo, né malvagità. La tua anima è mossa da sola curiosità.
«Sono sbagliato? Un errore? Un difetto?»
«Perché lo pensi?»
Artiglio un petto sempre sofferente, sussultando per la tosse testarda ed impertinente.
«Perché non vengo mai scelto? Perché non sono mai "quella persona", quella giusta, unica, per qualcuno?»
Non rispondi, proseguo nella litania, ancora tosse, sembra agonia.
«Scelgo tanti, nessuno sceglie me. Se sto bene con una persona, essa prima o poi sparisce. È insopportabile, è solo una tortura.»
«Forse quella scelta deve ancora arrivare, oppure...»
«Oppure, oppure, oppure, non è speranza, è illusione quella che sto per sentire.»
L'abisso mi ignora, impertinente prosegue. «Oppure è una scelta già avvenuta, tu sceglieresti TE STESSO, un tempo non lo avresti fatto. Il tuo bisogno di vicinanza è quello che ti porta a sperare.»
«Se questa scelta è passata e non futura, allora cos'è??»
La bocca dell'Abisso si distorce, non un ghigno, un semplice sorriso. L'unico che abbia visto rivolto a me da molto tempo. L'unico veramente sincero.
«Lo spettro di quella scelta ti ha cambiato. Soffri per la mancanza ma se ci pensi... Non soffri allo stesso modo di prima. Pensaci. Fa meno male, rispetto al passato, vero? Questo perché in passato quella scelta doveva ancora avvenire.»
Un tempo mi sarei strappato il cuore, gonfio d'amore mai donato. Ora, tra i colpi di tosse lo sento battere, più forte. Più vivace.
Più vivo.