Alzati, vivi, respira, produci,
Sempre circondato di rumori e luci.
Di voci e risate, si riempie il mondo,
Il chiodo arrugginito, si spinge più a fondo,
Dai sorrisi altrui, l'animo è torturato,
Nell'Abisso, alfine, il corpo si è accasciato.
Alzati, vivi, respira, produci,
Sempre circondato di rumori e luci.
Di voci e risate, si riempie il mondo,
Il chiodo arrugginito, si spinge più a fondo,
Dai sorrisi altrui, l'animo è torturato,
Nell'Abisso, alfine, il corpo si è accasciato.
Cuore scosso da grida assordanti,
Anima ferita da desideri infranti.
Scelgo il silenzio, il libero vagare,
Una nuova cicatrice, la paura di amare.
Dopo aver camminato rapido, in una giornata afosa, mi rintano in un bar qualunque, per refrigerio, riposo, o in cerca d'altro. Le bariste mi ignorano, sono uno dei tanti clienti di quel giorno, pensano a parlare dei propri turni e altri pettegolezzi, la musica della radio sovrasta le loro voci ma scelgo di non prestare attenzione.
I miei pensieri sono rivolti altrove. A me stesso. Alle urla che ho lanciato e che ascolto e riascolto a ripetizione. Nel sottofondo di quella rabbia riconosco il sapore di lacrime accumulate per mesi. Aspro, pungente, velenoso dolore covato per troppo tempo e che finalmente è sgorgato come un'alluvione.
Con lo sguardo perso nel nulla, vengo scosso da una flebile voce proveniente da lontano e allo stesso tempo da vicino. Sei tu. Vuoi scuotermi, strapparmi dal mare oscuro in cui annego. Mi afferri e mi riporti a galla.
«Dani... Sono qui. Guardami, ascoltami, stringimi. Non sei solo, non sei perduto. Credici, ascolta la mia voce come facevi un tempo...»
Esalo un lungo sospiro, mordendomi il labbro per i pensieri affilati e letali che pungolano la mia anima.
Ti ascolto, ma non rispondo, ti guardo ma i miei occhi non ti vedono, passano attraverso e fissano solo l'Abisso. E l'Abisso ricambia lo sguardo e sorride malevolo.
«Aveva ragione. Aveva ragione su tutto e io... Mi sono ostinato, illuso, ho creato sempre delle aspettative e ho perso. Sono sempre io quello che perde di più.»
Le tue unghie affondano nella carne delle mie braccia, senza arrecare dolore. Ti osservo senza un briciolo di emozioni, svuotato, spento.
«Non lo devi ascoltare... Non importa se aveva ragione o torto. Ma devi uscire dall'Abisso altrimenti...»
Sbuffo, con le palpebre socchiuse, le membra prive di ogni tensione e resistenza, mi lascio cullare dai flutti di buio, sotto un cielo senza stelle.
«Altrimenti cosa? Altrimenti perderò tutto, vuoi dire questo? Sono arrivato a non aver più nulla, più nessuna speranza, scopo, prospettiva.»
Chini il capo, i tuoi capelli nascondono il tuo viso, la tua identità, il tuo essere.
«Dani, perderesti anche me. Se ti lasci annegare perderai te stesso. Non lo voglio permettere...»
Faccio un lungo respiro e apro gli occhi. Il bar è deserto come quando ero entrato. Il sole inizia a tramontare e la temperatura estiva si mitiga.
So cosa vuoi dire. So che ho ancora molto da perdere. E ciò che mi è rimasto ha più valore di ciò che ho perso. Ancora una volta ti ascolto e ti ringrazio.
17 giugno 2025
Sotto lo stesso sole, sulla stessa sedia,
Si apre un nuovo atto della tragicommedia.
Stesso caffè, stessi pensieri,
Non è cambiato nulla rispetto a ieri.
Seduto al tavolo del mio bar preferito, fisso lo schermo vuoto, annoto qualche frase, parola, verso, rime. Tutto ciò che mi viene in mente.
Scrivere creativamente è un po' come maneggiare innumerevoli tessere di un mosaico. Tutte sono utili, poche soltanto indispensabili in un dato momento.
Indispensabile.
Ho sempre desiderato questo aggettivo riferito a me. Ho sempre voluto essere desiderato, cercato per motivi differenti dal semplice bisogno.
Oggi avrei dovuto fare un turno extra di lavoro. Per una volta ho detto no. Non è essere indispensabili questo. È essere utili. Usabili.
Per le persone sono sempre stato uno strumento. Un mezzo per arrivare a un fine.
E dopo questi mille pensieri neanche mi accorgo del suo arrivo. Fissa la tazzina di caffè vuota e fa una piccola smorfia.
«Potevi aspettarmi per berlo. A quanti siamo oggi? Due? Tre?»
Faccio spallucce, alzo un dito solitario e continuo a fissare lo schermo. Le dita picchiettano la superficie velocemente, salvo arrestarsi per brevi periodi. Una notifica mi distrae. La leggo e rispondo sbrigativamente con un semplice "grazie."
«Gia, oggi è il tuo giorno libero, avrai deciso di riposare, avrai anche pianificato qualcosa, vero...?»
Scuoto la testa. «Nulla. Nulla di pianificato con nessuno. Tanto a che serve pianificare, immaginare, pensare al futuro? Soprattutto quando continuamente questi piani vanno in fumo e non per mia scelta?»
La sento sospirare, mi accarezza la mano.
«Allora... quello che speravi non è successo e quello che temevi è successo? Dani... mi dispiace. Vorrei poter fare qualcosa...»
Faccio un cenno al barista, un secondo caffè decisamente ci vuole. Non le rispondo. Che c'è da dire, alla fine? Niente.
«Fare qualcosa? Beh io so cosa fare. Quello che faccio tutti gli altri giorni. Rispetto a ieri non è cambiato niente. Non sono più felice. Non sono più triste. È un giorno come gli altri.»
Mi fissa bere in un sorso il caffè appena arrivato, alzando gli occhi vedo la sua espressione profondamente triste.
«Non è come dici, Dani. Io lo so come ti senti. Stai solo reprimendo il dolore che ti brucia dentro. E il fatto che stavolta non sappia come tirarti su mi distrugge...»
«Questo perché non deve essere sempre una tua responsabilità farmi stare bene. A volte sono gli altri che influiscono sul mio umore, che avrebbero il potere di rendermi felice e scelgono di non farlo. E non venirmi a dire che sono io che dovrei lavorare per arrivare alla felicità. Perché è chiaro come il sole che non basta.»
Lei non dice nulla. Si alza dalla sedia, arriva alle mie spalle e mi avvolge in un caldo abbraccio, tanto desiderato. Perché è così. Avrei voluto solo un abbraccio. Solo di questo ne ho bisogno. E oggi ho capito che non lo avrò mai.
«Buon compleanno Dani... In questa giornata fai ciò che desideri veramente, per te. Non dare più importanza ai desideri degli altri. Da ora in poi, conti solo tu.»
Sento la sua presenza affievolirsi, lasciando attorno a me un calore impercettibile e un sussurro nella mia testa.
Il bivio è stato oltrepassato. La strada è stata scelta.
Un qualunque venerdì di Giugno, 2025
In un immenso mare che è la vita,
Nuotando si raggiunge una boa cruciale.
Un momento importante di una partita,
Arriva l'alba di quel dì fatale.
E l'attesa che dura fino al tramonto,
Di varcare questa o quella strada,
Che farà volgere la pagina del racconto,
In bene o in meglio, ma accada quel che accada.
10 Giugno 2025
Il suo arrivo è quasi sempre riconoscibile, prevedibile, tangibile. È come un chiodo arrugginito che si conficca nel punto più doloroso, l'anima. Il respiro si fa pesante, quasi doloroso. Ma respiro lo stesso.
Non è Lei. È qualcos'altro. Una Cosa. Una Bestia. Ferita ed affamata. Pericolosa. Si nutre di me, delle mie ansie, paure. E io stupidamente ogni volta la soddisfo, la alimento, la ravvivo.
Capita all'improvviso e mi trovo a vagare con questo ordigno conficcato nel petto, con una impugnatura ben più terribile della lama, poiché reca l'impronta della mia mano.
Scatta da un qualunque pensiero che rievoca le mie paure, le mie carenze, le mie delusioni. Delle coppiette che passeggiano, chiacchiere tra colleghi in cui non sono coinvolto, rimostranze e rimproveri, pessime prestazioni in palestra, finanche il mio riflesso nello specchio.
"Morirai da solo"
"Loro non ti sopportano, non ti rispettano, ti parlano alle spalle"
"Sei inadeguato, verrai sostituito, verrai limitato e ostacolato"
"Sei debole, brutto, mediocre, invisibile"
"Perderai tutto"
Lo spettro sussurrante e sibilante mi riempie la testa di taglienti parole, simili a minacce. Ma se fossero premonizioni?
Non posso strapparmi via dal petto questo ordigno, posso solo far sì che bruci meno la ferita.
Distrazioni, fino a tarda notte. Mentali, fisiche, qualunque cosa liberi e sbrogli la matassa nel cervello, per quanto sia difficile srotolare un gomitolo di delusioni e tristezze, accumulatisi negli anni.
Non c'è bandolo, solo un paio di forbici a portata di mano e la volontà sempre più intensa di distruggere tutto con tagli netti e dolorosi.
Il mostro frena la mia mano, significherebbe tanto la sua fine quanto la mia.
Lui in fondo vuole proteggermi e proteggere se stesso.
"Sei solo uno stupido. Continui a dare tutto te stesso per persone che non darebbero un'unghia per il tuo benessere."
Siamo circondati da persone egoiste e disinteressate.
"E quella persona? Ti riempie di complimenti, moine, apprezzamenti. Quando vuole, non quando vuoi tu. E tu hai ripreso ad essere dipendente dagli altri. E vuoi di più, sempre di più. Ti disperi ad essere solo, ad osservare le felicità altrui perché tu non ne hai. L'invidia ti divora, ti distorce, ti consuma. Diventi pregno di rancore ed odio. Ed è questo l'aspetto che traspare."
Ma è solo una persona con una propria vita. Io ne sono parte di essa.
"Lo sei davvero?"
sì, vuole incontrarmi, ci incontreremo. Quel che succederà, succederà.
"Tu sei solo un ripiego, un passatempo. Spenderai tempo ed energie per una persona che sparirà. Ammesso voglia davvero incontrarci."
Ma in palestra, oggi, è andata bene.
"E che significa? Non stai perdendo grasso, non stai prendendo peso nel modo giusto. I dolori articolari non fanno che aumentare. Raggiungerai il limite, non riuscirai a superarlo e finirai con lo scendere nuovamente di prestazioni. Ti demoralizzerai. È inutile."
Sento la testa che mi scoppia, con tutte queste voci stridule che rimbombano nelle orecchie, in una stanza vuota e silenziosa. Memore ancora del fracasso al ristorante, decido di stendermi a letto, col cuore che pompa e tuona, che risuona e lamenta. E che nonostante tutto mi tiene vivo.
2 Maggio 2025
Scorre il sangue dalla ferita inferta,
La pelle si arrossa, temo sia infetta.
L'unica difesa è tenersi lontano,
Ma l'unica cura il tocco di un'altra mano.
Guardo la ferita, sfiorandola con un dito, sento la pelle gonfia e arrossata sotto il polpastrello, un lieve bruciore rimasto dopo il dolore pungente. Ma è durato relativamente poco. Rifletto su ben altre ferite ricevute ultimamente. Delusioni, sentimenti di rabbia, tristezza, abbandono, stanchezza fisica e mentale.
La tua mano candida e fresca arriva all'improvviso, il dolore sembra così lontano e lieve ora.
«Che ti sei fatto alla mano? Sembra un taglio profondo.»
Scrollo le spalle, minimizzando. «Un foglio di carta, una spilla sporgente o altro, non so, non ricordo. È successo al lavoro...»
Sempre tenendomi la mano, poggi la testa sulla mia spalla, i tuoi capelli mi sfiorano il viso.
«E quell'altra ferita di cui non mostri i segni? Quella come te la sei procurata?»
Sai tutto, anche la mia risposta. Inutile nasconderti il mio malessere.
«È successo di nuovo. Sembrava interessata. E invece... È sparita. Di colpo. Il giorno stesso.»
Sento la tua mano stringere la mia, più forte, allo stesso tempo dolcemente.
«E ti ha fatto male? Sii sincero, Dani.»
Sospiro lievemente. «Si, non lo nego. Fa sempre male quando succede. Ma ora non più. Forse perché ho con me la cura migliore»
«Ma non sono io la tua cura, Dani. Sei tu che stai guarendo più velocemente, con le tue forze. Io non ho fatto nulla. Non darmi meriti che non ho, soprattutto quando il merito è solo tuo. Perché stai imparando a difenderti dal dolore. A volte è inevitabile ferirsi, anche solo con un foglio di carta. Quel che è importante è imparare a rimarginare le ferite.»
«La mia piccola saggia. Però dovrò comunque mettere un cerotto...»
Osservo la mano, con la piccola ferita. La pelle sembra meno arrossata, come se non fosse più infetta.
19 Maggio 2025
Passano i giorni in sequenza,
Rimugino dall'alba al tramonto.
Privo della benefica presenza,
L'oscura identità presenta il conto.
Delle sofferenze e delusioni,
Delle bugie e illusioni.
Se potessi farlo me ne disferei,
Ma da questo dolore può salvarmi solo
Lei.
Il suo arrivo è quasi sempre riconoscibile, prevedibile, tangibile. È come un chiodo arrugginito che si conficca nel punto più doloroso, l'anima. Il respiro si fa pesante, quasi doloroso. Ma respiro lo stesso.
Non è Lei. È qualcos'altro. Una Cosa. Una Bestia. Ferita ed affamata. Pericolosa. Si nutre di me, delle mie ansie, paure. E io stupidamente ogni volta la soddisfo, la alimento, la ravvivo.
Capita all'improvviso e mi trovo a vagare con questo ordigno conficcato nel petto, con una impugnatura ben più terribile della lama, poiché reca l'impronta della mia mano.
Scatta da un qualunque pensiero che rievoca le mie paure, le mie carenze, le mie delusioni. Delle coppiette che passeggiano, chiacchiere tra colleghi in cui non sono coinvolto, rimostranze e rimproveri, pessime prestazioni in palestra, finanche il mio riflesso nello specchio.
...
Sento la testa che mi scoppia, con tutte queste voci stridule che rimbombano nelle orecchie, in una stanza vuota e silenziosa. Memore ancora del fracasso al ristorante, decido di stendermi a letto, col cuore che pompa e tuona, che risuona e lamenta. E che nonostante tutto mi tiene vivo.
Con gli occhi serrati, il cuore che rimbomba e la mente che rimesta, sento all'improvviso una carezza. La tua.
«Dani, che è successo? Hai avuto un incubo?»
Sospiro, senza rispondere immediatamente. La tua voce è così sbiadita, come se venisse da lontano.
«È da molto che non venivi. Pensavo fossi sparita, come tutte le altre persone.»
Di solito accogli le mie lamentele con una risatina, stavolta avverto un lieve sospiro, come se fossi stanca, spenta. Come me.
«Dani, lo sai che non me ne andrei mai, però sarò sincera, ultimamente ero piuttosto... "stanca". Non so bene come spiegarlo. Ma sono qui, comunque. Sono qui con te.»
Mi sorreggi, andiamo al bagno e mi spingi ad osservare il mio riflesso. L'unico che appare nello specchio.
«Vedi? Nonostante tutto, sei sempre tu. E ci sono anche io.»
Sento la tua carezza sulla schiena, un tocco fresco e delicato. Un po' mi ravviva, mi rafforza. È vero, lo specchio non mente, vedo un fisico imperfetto, ma ricordo il giorno che ho iniziato, ricordo il ribrezzo che provavo nel vedermi, sentimento ora modificato dal bisogno di continuare a migliorarmi con costanza. E ora la tua voce sembra più vicina.
«Sarà una lunga giornata anche oggi, temo. Ma non l'affronterai da solo, Dani.»
Annuisco con un verso appena accennato. Prima di decidere di tornare in stanza a vestirmi, scorgo nel riflesso qualcos'altro, di indistinto. Non è Lei. Era qualcos'altro. Mi arresto per guardare con maggior attenzione nello specchio. Nulla. Solo il mio corpo, non abbastanza tonico, con smagliature, pallido.
«Dani? Che succede?»
Chiudo gli occhi e scuoto la testa. «Nulla, forse è colpa dell'incubo che ho fatto stanotte.»
Rientro nella mia stanza e mi siedo sul letto. Da solo. In una stanza immersa nel silenzio.
2 Maggio 2025
Il peso di una nuova delusione, di un nuovo fallimento, di tristezza già nota e rinnovata grava sulle mie spalle e la mia anima. Seduto nel ...